lunedì 31 agosto 2026

 

                       LICEO RIETI                     
      
a.s. 2026/2027

Introduzione

Cinque docenti, la stessa IA, cinque modi di progettare

Il nostro non è un Laboratorio su ChatGPT.
O, almeno, non soltanto.

È un Laboratorio sulla progettazione didattica e su come il modo di progettare di un docente cambi nel corso della sua vita professionale, man mano che acquisisce nuovi concetti, nuovi strumenti e nuove domande.

La scuola italiana stessa ha attraversato un percorso analogo. Per molto tempo il centro dell’attività didattica è stato il programma: il docente conosceva la propria disciplina, ne organizzava i contenuti, li spiegava con chiarezza e verificava quanto gli studenti avessero appreso.

Poi qualcosa è cambiato.

Con la stagione della programmazione educativa e didattica, l’attenzione ha cominciato a spostarsi dal contenuto da insegnare al processo di apprendimento dell’alunno. Situazione iniziale, obiettivi, attività, osservazione, valutazione e riprogettazione sono entrati progressivamente nel lessico professionale dei docenti. Il contenuto non è scomparso: è stato collocato dentro un percorso intenzionalmente costruito per produrre apprendimento.

Con l’autonomia scolastica e il curricolo, il ruolo progettuale della scuola e del docente si è ulteriormente ampliato. Dal programma nazionale da applicare si è passati alla costruzione del curricolo, e il docente è diventato sempre più progettista del percorso formativo.

Infine, il paradigma delle competenze ha posto una domanda ancora diversa: non soltanto che cosa conosce lo studente?, ma che cosa è capace di fare con ciò che ha appreso? Conoscenze e abilità acquistano così pienamente senso quando possono essere mobilitate in situazione.

Questa storia normativa e pedagogica, però, non coincide automaticamente con la storia professionale di ciascun docente.

Le norme possono cambiare prima delle pratiche.

Possiamo insegnare nella scuola delle competenze continuando, almeno in parte, a pensare nella logica del programma. Possiamo scrivere “obiettivi” nelle nostre progettazioni senza avere modificato realmente il modo in cui costruiamo una lezione. Possiamo utilizzare parole come competenza, curricolo, apprendimento significativo senza che esse siano ancora diventate veri strumenti del nostro agire professionale.

Ed è proprio da questa distanza che nasce il percorso proposto in questo Laboratorio.

Incontreremo cinque docenti: Vanda, Antonio, Beatrice, Carlo e Diletta.

Non rappresentano cinque categorie nelle quali classificare gli insegnanti. E soprattutto non rappresentano una graduatoria che va dal docente “peggiore” al docente “migliore”.

Rappresentano piuttosto cinque momenti di crescita della competenza progettuale.

Vanda parte da ciò che ogni buon insegnante deve possedere: la padronanza dei contenuti. Sa selezionarli, organizzarli, costruire una spiegazione chiara. La sua domanda fondamentale è:

“Che cosa devo insegnare e come posso spiegarlo bene?”

Antonio aggiunge un nuovo strumento. Si accorge che progettare non significa soltanto decidere che cosa insegnare, ma stabilire che cosa vogliamo che lo studente apprenda e sappia fare.

Beatrice compie un altro passo. Conoscendo la tassonomia di Anderson, comprende che gli obiettivi non sono cognitivamente equivalenti. Ricordare una data non significa spiegare una relazione; comprendere non significa analizzare; applicare non significa valutare o creare. Di fronte a un obiettivo comincia quindi a chiedersi:

“Quale processo cognitivo sto chiedendo realmente allo studente?”

Carlo introduce una nuova questione. Se vogliamo che ciò che viene appreso non rimanga soltanto una conoscenza acquisita, possiamo occuparci esclusivamente della dimensione cognitiva? Entra così nella progettazione lo studente nella sua complessità: dimensione cognitiva, affettiva, relazionale e identitaria.

Infine arriva Diletta.

Ma Diletta non abbandona Vanda, Antonio, Beatrice e Carlo.

Al contrario, ha bisogno di tutti loro.

Da Vanda ha imparato a lavorare sui contenuti. Da Antonio a formulare gli apprendimenti attesi. Da Beatrice a distinguere i processi cognitivi. Da Carlo a considerare le diverse dimensioni della persona.

Diletta mette questi strumenti nella stessa cassetta e si pone una nuova domanda:

“Lo studente è capace di mobilitare ciò che sa e ciò che sa fare per affrontare una situazione significativa?”

È qui che incontreremo la competenza.

E ChatGPT?

Tutti e cinque i nostri docenti utilizzano ChatGPT per progettare.

La tecnologia è la stessa. Le progettazioni che ne derivano, invece, possono essere profondamente diverse.

Perché?

Perché sono diverse le domande che i docenti sono capaci di porre all’IA. E quelle domande non nascono principalmente dalla conoscenza di qualche tecnica di prompting. Nascono dal loro modo di concepire l’insegnamento e l’apprendimento, dalle categorie professionali che possiedono, dagli strumenti didattici che hanno imparato a utilizzare.

È questa una delle tesi che accompagnerà tutto il nostro percorso:

La qualità dell’uso didattico dell’intelligenza artificiale dipende anche dalla qualità del pensiero professionale con cui il docente la interroga.

Per questo non proporremo semplicemente una raccolta di prompt.

Seguiremo invece Vanda, Antonio, Beatrice, Carlo e Diletta mentre progettano. Vedremo che cosa chiedono a ChatGPT, che cosa ottengono, che cosa manca nelle sue risposte e come una nuova consapevolezza professionale modifica la richiesta successiva.

A ogni passaggio aggiungeremo uno strumento alla nostra cassetta.

Alla fine del percorso, quindi, la domanda non sarà:

 “Qual è il modo giusto di usare ChatGPT per progettare?”

Sarà una domanda più professionale:

“Quali strumenti possiedo per progettare e come posso utilizzare l’intelligenza artificiale per metterli al servizio dell’apprendimento dei miei studenti?”

È da questa domanda che comincia il nostro viaggio.

Buon lavoro a tutti!


sabato 29 agosto 2026